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Exiliados: Racconti dalla diaspora

Il Venezuela, una delle nazioni più ricche di risorse al mondo. Un Eden negli anni 90′. I Venezuelani sono oggi un popolo in fuga dalla propria terra. Per cercare di comprendere cosa si prova a lasciare alle spalle tutta la propria vite e la propria terra, “terra di grazia”, ho incontrato diversi di loro, che vivono tra Umbria, Emilia, Lazio e soprattutto Toscana. Le nuove case, il vecchio paese, un figlio lontano, un permesso di soggiorno sbiadito, un libro universitario, foto sparse sui cellulari. Chi fa vedere la propria laurea in Giurisprudenza, chi racconta di come era la propria casa a Caracas, chi ancora delle partite di calcio allo stadio. Racconti di paure, di speranze e di rinascite. Storie personali che si intrecciano con la storia di una nazione, da cui nessuno se ne sarebbe voluto andare, ma che per necessità, milioni di persone hanno dovuto abbandonare. Storie di migranti come tante: presenti, passate e future.

Ci siamo conosciuti in Venezuela nel periodo della nostra gioventù. Man mano, nel trascorso della vita che abbiamo creato insieme, i valori con cui siamo stati educati nel nostro paese sono stati sostituiti dalle barbarie dell’attuale regime e questo ci ha portato ad abbandonare il Venezuela insieme ai nostri figli. Gianfranco è nato sotto la dittatura fascista. Dopo essersi trasferito in Venezuela, ha combattuto la dittatura di destra di Perez Jimenez. Anche oggi, come nel passato, sente la mancanza della libertà, libertà di cui siamo stati privati nella nostra terra. E vive una continua dicotomia tra Italia e Venezuela. Lui lo definisce come “essere figlio di due madri diverse”: una l’ha partorito e l’ha abbandonato, l’altra l’ha educato e l’ha accolto da sempre.Per questo motivo sarà per sempre riconoscente al Venezuela

Il bello di appartenere a due culture diverse è che hai due case, due quartieri, due città, due paesi a cui tornare e da cui partire. Il brutto è che, quando sei in uno dei due, senti la mancanza dell’altro, perché siamo esseri per natura incompleti, manchevoli e insoddisfatti. Io sono una donna fortunata: penso e sento in due lingue, che sono mie fin da piccola e scelgo di usarle secondo quello che voglio esprimere e come voglio farlo. Perfino la voce, quando parlo o canto nella mia madrelingua, si fa dolce e infantile, sottile e tenera. Quando, invece, parlo e canto in quella in cui sono diventata donna, le tonalità si fanno più scure, più gravi, più mature. Essere scissi e viverlo come una forza, più che come una debolezza: ecco cosa vuol dire per me la vera biculturalità.

Luis Alberto

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Con questo progetto ho voluto raccontare i sorrisi, le lacrime, la rabbia che ho letto negli sguardi delle persone che ho incontrato per un anno.
Persone che vivono guardandosi indietro, persone che non accettano di aver lasciato la propria casa, persone che sono in costante esilio nel mondo. E che non riescono a trovare un altro luogo chiamato “CASA”. Molti di loro erano solo di passaggio in Italia, ma tutti ugualmente mi hanno aiutato a ricostruire una realtà di cui poco si sente parlare e poco si conosce.
Vorrei dar voce alle vittime di questo esodo, alle migliaia che ogni giorno affollano la frontiera con la Colombia e raccontare quel dramma dell’esilio forzato, per cause umanitarie e cause politiche, attraverso le storie di chi è arrivato in Italia.

Testimonianze